Franco Battiato – La Cura live

marzo 10th, 2010

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Versione bis per l’Annuario 2009

marzo 10th, 2010

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La lotta all’evasione fiscale Belpietro intervista Befera (FiscoOggi)

marzo 8th, 2010

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Jack Johnson – Banana Pancakes

marzo 8th, 2010

Can’t you see that it’s just raining??? And no need to go outside…

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Sakamoto Ryuichi – Merry Christmas Mr. Lawrence – Forbidden Colours

marzo 5th, 2010

The wounds on your hands never seem to heal
I thought all I needed was to believe

Here am i, a lifetime away from you
The blood of christ, or the beat of my heart
My love wears forbidden colours
My life believes

Senseless years thunder by
Millions are willing to give their lives for you
Does nothing live on?

Learning to cope with feelings aroused in me
My hands in the soil, buried inside of myself
My love wears forbidden colours
My life believes in you once again

I’ll go walking in circles
While doubting the very ground beneath me
Trying to show unquestioning faith in everything
Here am i, a lifetime away from you
The blood of christ, or a change of heart

My love wears forbidden colours
My life believes
My love wears forbidden colours
My life believes in you once again

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Scudo fiscale TG LA7 e TG 5 (FiscoOggi)

marzo 5th, 2010

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Quesiti di Diritto Tributario…

marzo 4th, 2010

Come vengono tassati i redditi prodotti dalle società nei seguenti 4 casi?

1) Società di persone con sede in Italia e soci residenti all’estero (UE);

2) Società di persone con sede all’estero (UE) (ma con reddito prodotto in Italia);

3) Società di persone italiana che trasferisce la sede legale (e quindi la residenza fiscale) all’estero (UE) e sposta anche asset di valore considerevole (per sfuggire al fisco italiano);

4) Società di persone italiana che per sfuggire al fisco italiano vende diversi asset ad una controllata estera (UE).

Soluzione
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Studi di settore: trade off tra efficacia ed efficienza

novembre 10th, 2009

Secondo l’art. 53 della Costituzione italiana tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche sulla base della propria capacità contributiva e secondo criteri di progressività (attenzione quindi ai rischi di illegittimità costituzionale quando si prospetta, così come accade in questi giorni, un sistema di imposte sui redditi basato su 2 sole aliquote)…

L’accertamento induttivo mediante l’utilizzo degli “studi di settore” non è forse un metodo che contrasta (quantomeno nel merito) con il sopracitato articolo costituzionale?

In estrema sintesi, gli studi di settore consentono all’AF di eseguire dei controlli fiscali in maniera automatizzata fissando per ogni categoria un reddito medio potenziale presunto… Tale parametro, per quanto possa essere calcolato nel modo più corretto ed attendibile possibile, costituisce comunque una semplificazione del fenomeno, una sintesi che, per definizione, è pur sempre una forzatura…

Mi spiego meglio… fissata la soglia potenziale per ogni categoria, gli organi di controllo procedono all’accertamento solo (o quasi) delle dichiarazioni che presentano un reddito inferiore al valore medio… Pertanto, i contribuenti che, malauguratamente, hanno visto ridurre le proprie entrate sino a scendere al di sotto della soglia ottimale, dovranno anche far fronte all’incombenza dell’accertamento fiscale, mentre, coloro i quali appartengono alla stessa categoria economica e hanno realizzato guadagni di gran lunga superiori, potranno dichiarare un reddito uguale (o lievemente superiore) al livello medio prefissato di ammissibilità (se disonesti, è ovvio)… in questo modo, essi avranno evaso e avranno ottime probabilità di sfuggire all’accertamento d’ufficio… (al danno, la beffa)…

Tale situazione, determina un livellamento dei redditi dichiarati verso la media individuata dagli studi di settore per ogni categoria, con conseguente abbassamento dei redditi denunciati dai soggetti che invece hanno prodotto ed incassato molto di più. E’ di fatto un sistema di determinazione ed imputazione delle imposte regressivo (ossia che fa pagare meno a chi ha una capacità contributiva più alta) e può dar luogo a fondati sospetti di incostituzionalità.

Rappresenta un incentivo considerevole all’evasione e all’elusione (visto che la legge, di fatto, lo consente) e alla luce dei risultati generati in termini di evasione anche la giustificazione della riduzione consistente dei costi di accertamento (mediante l’impiego del metodo induttivo realizzato in questo modo)  non regge.

E’ evidente che un accertamento per ogni contribuente e per ogni dichiarazione non è concepibile, perché i costi, i tempi e le risorse coinvolte sarebbero proibitivi… però, a mio avviso, gli studi di settore (quantomeno con la configurazione attuale) non consentono di ottimizzare il trade off tra costi di accertamento e contrasto al fenomeno dell’evasione fiscale (se aumenta l’uno, diminuisce l’altro e viceversa).

Come a dire, siccome non ho i mezzi e le risorse per fare accertamenti accurati e diffusi, non posso però accontentarmi di un pagamento delle imposte commisurato ad un livello medio (che io ritengo accettabile) ma che di fatto non rappresenta lo stato reale, non mi consente di entrare in possesso di ciò che realmente mi spetta per legge e soprattutto, nella pratica, si rivela inefficace nell’attuazione dei principi costituzionali della partecipazione alla spesa pubblica da parte dei contribuenti in relazione alla capacità contributiva e secondo criteri di progressività…

La statistica ci insegna che la media può essere un buon indicatore per una popolazione omogenea con item concentrati attorno alla media stessa (varianza bassa)… viceversa, quando ci sono molti valori anomali (e nel nostro caso non vengono rilevati) e/o la distribuzione dei valori della popolazione è molto ampia e diffusa, la media è falsata e perde di significato… vale a dire, non sintetizza in maniera corretta la popolazione… Il problema si acuisce nelle società in cui il ceto medio tende a scomparire e i cittadini si spostano progressivamente verso due classi diametralmente opposte: le persone estremamente facoltose e quelle che vivono vicino alla soglia di povertà (si veda “Lo svuotamento della classe media“)

Occorrerebbe trovare strumenti nuovi o strutturare gli studi di settore in maniera più approfondita, prevedendo, ad esempio, una progressività anche dei valori medi accettabili per ogni categoria… Certo, per raggiungere dei risultati soddisfacenti, bisognerebbe incrementare notevolmente la mole informativa di cui dispone attualmente l’AF… Ampliare la banca dati in maniera tale da poter stratificare meglio i contribuenti all’interno di ciascuna categoria o settore ed applicare, quindi, a ciascuna classe dei parametri molto più vicini alla realtà…

Esempio pratico (semplificazione della realtà):

2 imprese appartenenti allo stesso settore economico e con identico volume d’affari conseguono utili notevolmente diversi (per motivi vari… ad es. perché una è entrata nel mercato più recentemente). Dagli studi di settore emerge che entrambe dovrebbero pagare un’imposta pari a 5, ma l’accertamento officioso analitico (se effettuato) determinerebbe un’imposta per la prima pari a 8 ed una per la seconda pari a 2. E’ evidente che il totale percepito dallo Stato sarebbe in entrambi i casi lo stesso. Nel secondo caso inoltre si dovrebbero mettere in conto i costi ed i tempi di accertamento. Secondo quest’ottica la scelta ottimale sarebbe accettare quanto indicato dagli studi di settore e rinunciare all’accertamento d’ufficio. Però, anche se il gettito totale è identico in entrambi i casi (ragionando per assurdo), la ripartizione del carico tributario e quindi il concorso dei 2 soggetti alla spesa pubblica non è altrettanto uguale… e cosa ne facciamo dell’art. 53 della Costituzione???

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Economia… proviamo a fare il punto della situazione

febbraio 6th, 2010


Gli effetti negativi della crisi sono ancora molto evidenti…  Nonostante i numerosi tentativi delle istituzioni di diffondere notizie incoraggianti (parzialmente comprensibili) allo scopo di ripristinare un clima di “artificiosa” fiducia che, come si può facilmente intuire, costituisce un elemento importante  per la ripresa (sebbene non il solo e di certo non quello decisivo) non possiamo nasconderci dietro ad un dito… siamo di fronte ad una vera e propria fase di recessione.

E’ ragionevole pensare che non avrà la portata e la durata della Grande Depressione degli Anni Trenta, perché gli uomini oggi hanno maggiore esperienza e strumenti per combattere la congiuntura negativa e perché quasi tutti i paesi avanzati si sono dotati di meccanismi anti-congiunturali che assicurano maggiori livelli di stabilità e impediscono oscillazioni eccessive del ciclo economico (attenuando le fasi di crescita e quelle di recessione), così come non si può non tener conto del fatto che inevitabilmente provocherà dei cambiamenti strutturali all’interno dei sistemi e degli equilibri produttivi, lasciando sul campo numerose vittime (soprattutto quelle appartenenti alle categorie più deboli)…

Bisogna inoltre aggiungere che a differenza del passato oggi la politica monetaria è sicuramente molto più incisiva perché accanto alla Federal Reserve americana siede un alleato di grande rispetto e calibro, ossia la BCE, che da anni ormai ha sottratto alle banche centrali dei paesi membri il potere di emissione di carta moneta e quello di manovra del tasso di sconto, relegandole ad una funzione (non meno importante a giudicare dai fatti accaduti) di meri organismi di vigilanza e di regolamentazione del credito a livello locale…

Non è certamente la prima volta che l’uomo si trova di fronte a problematiche di questo tipo e, sicuramente, non sarà l’ultima… Difatti, l’unica cosa certa è che la crisi dovrà finire prima o poi, altrimenti non si parlerebbe più di ciclo economico, il quale per definizione presenta l’alternanza di fasi di espansione e di fasi recessive…  Alcune novità vanno però rilevate. Per la prima volta la congiuntura negativa si diffonde così rapidamente nel mondo… La globalizzazione, l’integrazione economica, tecnologica, politica, finanziaria, legislativa e produttiva determinano inevitabilmente la condivisione delle possibilità di crescita, delle opportunità di sviluppo, ma anche delle cause e degli effetti di stagnazione o nei casi più gravi (come quello attuale) di arretramento.

Se stagnazione significa crescita zero, la recessione implica un incremento del PIL decrescente e quindi il declino…

Vediamo un po’ gli effetti che si stanno manifestando in modo più o meno palese e non sempre evidenziati e raccontati correttamente dagli organi di informazione, in conformità con l’atteggiamento sopra citato secondo il quale se sono le aspettative razionali (come direbbero i nuovi classici) a determinare i consumi e le scelte ottimali degli operatori del mercato, allora basta semplicemente diffondere il convincimento che la crisi è ormai alle spalle per indurre a modificare i comportamenti economici… dimenticando che pur facendo leva sulla “percezione” degli individui, una percezione che in quanto tale è modificabile ed alterabile attraverso l’uso dei media, ci si scontra ineluttabilmente con il problema pratico della mancanza di liquidi (posso anche avere la percezione adulterata che tutto vada bene e che la crisi sia passata, ma se non ho i soldi necessari per comprare quello che desidero, la percezione la prendo e l’appendo al muro a mo’ di quadro)…

Dicevamo degli effetti e delle conseguenze della recessione… solo per citarne alcuni… disoccupazione in aumento, calo della domanda, abbassamento dei prezzi delle materie prime e di alcuni prodotti e servizi (soprattutto di quelli  maggiormente flessibili per motivi intrinseci e perché legati ad una domanda ad elasticità elevata rispetto al prezzo e al reddito)… Maggiori ostacoli e resistenze all’accesso al credito bancario (sia da parte dei privati e sia delle imprese), senso di sfiducia diffuso, aumento delle persone che vivono attorno alla soglia della sussistenza, incremento delle domande di sussidi, chiusura di numerose attività commerciali… crescita dei tassi di clientelismo… aumento dell’evasione fiscale… crescita dei consensi per i partiti estremisti… aumento delle manifestazioni di intolleranza xenofoba… recrudescenza dei comportamenti e progressivo imbarbarimento culturale e civile…

Cosa fare? Eterno dilemma che ha da sempre diviso le diverse scuole di pensiero economico nel corso dei decenni passati… Meglio rilanciare l’economia mediante lo strumento monetario (politica che sta adottando il governo americano con le consistenti iniezioni di liquidità nel sistema finanziario destinata al risanamento dei conti delle banche sull’orlo del fallimento, finanziata dalla emissione di carta moneta) oppure attraverso una politica fiscale espansiva da realizzarsi inevitabilmente in deficit spending (visti i risicati e deficitari bilanci statali)?

La soluzione chiaramente va ricercata nella corretta individuazione di un mix equilibrato di misure di politica economica che utilizzi la politica monetaria per ridare ossigeno al sistema mediante l’incremento della liquidità ed il correlato e coordinato impiego di strumenti di politica fiscale che facendo leva sul meccanismo della riduzione dell’imposizione fiscale e dell’aumento della spesa pubblica favoriscano la crescita della domanda aggregata e quindi del reddito nazionale.

Cosa non facile da realizzarsi se si considera il fatto che l’emissione di nuove banconote determina pericoli inflazionistici, di indebolimento della moneta (con ripercussioni negative sul costo delle importazioni e sulla bilancia dei pagamenti) e mina la fiducia nei confronti degli stati che fanno un ricorso spropositato a tale espediente circa la solvibilità e la solidità finanziaria rispetto agli impegni assunti con l’emissione di titoli negoziati sul mercato mondiale (ricordiamo che gli USA hanno bisogno della fiducia dei risparmiatori cinesi sul dollaro)…

La politica fiscale espansiva genera invece un peggioramento dei conti pubblici in quanto la riduzione delle tasse si traduce in una diminuzione delle entrate pubbliche, ossia, di quelle entrate che sono indispensabili per finanziare in modo “virtuoso”  la spesa pubblica (senza dover ricorrere invece all’indebitamento, attraverso l’emissione di titoli di stato)…

Non va dimenticato che l’Italia è un paese con un elevata propensione all’evasione e all’elusione fiscale (un malcostume che è scritto nel nostro DNA) e con un’economia sommersa di dimensioni considerevoli che viaggia parallelamente a quella ufficiale con cifre da capogiro… Questo aspetto peculiare degli italiani costituisce senza ombra di dubbio un carattere deprecabile e da correggere soprattutto attraverso la diffusione di principi etici fondati sulla cosiddetta “fedeltà fiscale” che dovrebbero permeare la società in modo approfondito e diventare col tempo parte di noi… Però, nella situazione attuale, con un debito pubblico così elevato e un deficit di bilancio che si ripresenta in modo ricorrente, tale anomalia italiota potrebbe rappresentare una importantissima risorsa nascosta con un grandissimo potenziale… L’emersione dell’economia sommersa (stimata attorno al 19% del PIL, con perdita del gettitto di oltre 100 miliardi di euro) e la lotta all’evasione in modo più incisivo consentirebbero contemporaneamente di aumentare il gettito fiscale e di ridurre le aliquote delle imposte con effetti positivi sul bilancio statale e sui consumi… Si determinerebbe, cioè, un processo virtuoso che rappresenta il sogno di tutti i macroeconomisti: risanamento dei conti concomitante ad un rilancio della domanda globale e, quindi, dell’economia, dello sviluppo e dell’occupazione (crescita)

Politiche redistributive se sono auspicabili perché consentono di rispettare il principio costituzionale della equità, non producono grandi effetti espansivi se non interessano capitali ingenti ed inoltre incontrano le resistenze dei gruppi di potere e delle lobbies…

Al di là delle ricette di politica economica più appropriate, che sono giuste o sbagliate a seconda della visione del mondo che abbiamo e che pertanto non sta a me (in questa sede) stabilire quali siano più indicate… (pur ritenendo, come accennato poc’anzi, che occorra trovare una giusta combinazione delle stesse), vorrei evidenziare un elemento fondamentale che non deve essere trascurato e che da mesi va ripetendo il governatore della Banca d’Italia e, con lui, gran parte dei protagonisti del mondo finanziario e politico internazionale e cioè la regolamentazione efficace del mercato del credito che consenta di assicurare una maggiore trasparenza del comportamento degli operatori finanziari ed una maggiore efficacia delle Autority, degli organismi di vigilanza, delle società di revisione e di rating, in modo da scongiurare definitivamente fenomeni aberranti come quello dei “prodotti spazzatura” e dei mutui “subprime”, ossia di prestiti concessi senza le garanzie adeguate e in modo completamente avulso dalla valutazione dei coefficienti di rischio e dalle normali regole di buon senso che consentono di evitare accadimenti come quelli ai quali abbiamo assistito negli ultimi mesi e che sono culminati con lo scoppio  della bolla speculativa immobiliare e con il fallimento di insospettabili colossi finanziari.

Una regolamentazione che non soffochi il sistema creditizio e non ostacoli con procedure burocratiche il funzionamento del mercato, ma che permetta di fissare i famosi “paletti” che segnagno il limite oltre il quale non è possibile spingersi anche se si decide di adottare politiche di conseguimento del profitto “audaci” e “spregiudicate”.

Senza questo punto importantissimo non si va da nessuna parte… Non c’è possibilità di ripristinare la necessaria fiducia nei mercati e saremmo esposti al rischio di una replica di quanto accaduto… perché gli operatori finanziari non hanno imparato la lezione e perché il dolce ricordo dei guadagni stratosferici e senza limiti fondati su una moltiplicazione artificiosa e fasulla del credito (attraverso ad es. i derivati) spingerebbe gli stessi protagonisti ora in difficoltà a riprodurre i medesimi comportamenti cercando di arraffare semmai più rapidamente di prima… l’occasione è troppo ghiotta per essere abbandonata…

Va evidenziato, per chi non ne avesse ancora avuto “la percezione”, che tutti i buoni propositi in materia di regolamentazione messi sul piatto dai maggiori esponenti del potere economico e politico nel mondo sono sino ad ora rimasti lettera morta, con buona pace degli organi di informazione…

PS. Un conto è il libero mercato con regole (certe, efficaci, chiare e con sanzioni adeguate in caso di trasgressione), un altro conto è invece il libero mercato senza regole, ossia, il caos. (E’ un pò come avviene nello sport, dove la presenza di arbitri imparziali, di regole chiare, condivise e di penalità consente agli atleti di vincere o perdere solo sulla base delle proprie doti e capacità).


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Lo svuotamento della classe media…

luglio 15th, 2009

a-copiaLe imprese del Nord-Est hanno conosciuto un periodo di grande splendore e crescita improvvisi nel recente passato… ma molte di esse anziché investire i lauti introiti conseguiti durante la congiuntura favorevole nel miglioramento continuo della qualità del prodotto, hanno puntato sulla lira debole e sulla svalutazione per competere sul prezzo, andando in tal modo a posizionarsi su segmenti di mercato di livello sempre più basso…Con l’invasione dei prodotti e della concorrenza dei paesi dell’Est Europeo ed Asiatico alcune sono state spazzate via perché si sono ritrovate a dover competere in segmenti in cui erano perdenti (visti gli elevati costi energetici e del lavoro in Italia e l’introduzione della moneta unica che non consente più le svalutazioni a favore dell’export…) Se ciò non corrispondesse al vero, non vi sarebbero invece imprese come Tod’s, Diesel, Luxottica, Geox ecc. che hanno da sempre puntato sulla qualità e la ricerca e che riescono a durare nel tempo e a conquistare nuove fette di mercato a livello internazionale, inanellando un successo dopo l’altro e resistendo tenacemente e con forza anche ai duri fendenti della recessione… Con ciò non intendo dire che la delocalizzazione produttiva allo scopo di ridurre i costi di produzione sia sbagliata, ma se si decide di puntare tutto sulla competitività del prezzo senza investire un euro sulla ricerca tecnologica e sulla qualità del prodotto e servizio offerti… be’, le aspettative di vita dell’azienda si riducono enormemente…

Ecco quindi che il “miracolo economico” del Nord-Est ha finito col ripiegarsi su sé stesso ed ecco perché si è diffuso nel Triveneto l’atteggiamento xenofobo e protezionistico che è sfociato spesso nell’odio nei confronti delle potenze industriali “emergenti” (come Cina e India) e l’elevata propensione a sottrarre denari allo Stato ingiusto e vessatore mediante il ricorso spropositato all’evasione fiscale come principale fonte di finanziamento per fronteggiare l’assottigliamento degli utili e l’avanzare della crisi…

I partiti politici che cavalcavano tali sentimenti sono diventati plebiscitari… Occorrerebbe ricordare che la Cina e l’India hanno compreso molto bene che la competitività sul prezzo e sui costi consente sì un rapido sviluppo iniziale, ma tale crescita ha vita breve e l’unico modo per innescare uno sviluppo sostenibile e duraturo è quello di puntare sulla qualità… per cui, se la mentalità degli imprenditori locali non cambierà, ben presto si ritroveranno da soli a competere in un segmento con scarse prospettive di crescita e di profitto, al quale accederanno i paesi africani forse, mentre quelli asiatici si saranno già spostati su segmenti di fascia qualitativa superiore… Come a dire, saranno i cinesi stessi a non farci più concorrenza perché interessati a business più attraenti ai quali noi non avremo accesso se non decideremo seriamente di investire tutte le nostre risorse sulla ricerca e la qualità.

FIAT docet… quali sono oggi i prodotti di punta dell’azienda italiana? La Ferrari e la 500 che (indirizzati a clienti con caratteristiche diametralmente opposte) racchiudono al proprio interno il frutto della ricerca e della tecnologia più avanzate (tant’è che gli americani si sono affidati a noi per “eco-riconvertire” il colosso Chrysler) e sono la risposta ad un fenomeno preoccupante che va affermandosi sempre più già da diversi anni: l’assottigliamento della classe media (che alcuni decenni fa era la categoria economica e sociale predominante in termini di numerosità e di capacità di acquisto) e che oggi si va sgonfiando mediante lo spostamento progressivo dei suoi membri verso la classe superiore dei “nuovi ricchi” o verso quella inferiore dei “nuovi poveri”. Crescono, quindi, le due nuove categorie contrapposte: i soggetti che vivono al limite della sussistenza e le persone estremamente facoltose e, con esse, il divario ed il conflitto sociale…


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Il Controllo di Gestione…

luglio 16th, 2009

controllo di gestioneIl Controllo di Gestione costituisce un’attività importantissima del Ciclo di Gestione aziendale. Esso nasce e si diffonde negli anni in cui le esigenze di razionalizzazione e di ottimizzazione delle risorse scarse si fanno pressanti a seguito della progressiva crescita della concorrenza internazionale e della conseguente saturazione dei mercati, nonché del trend inflattivo che ha caratterizzato l’andamento dei fattori produttivi soprattutto dopo la crisi del ’29, gli shock petroliferi degli anni 70 e l’impetuoso processo di industrializzazione dei paesi cosiddetti emergenti (si pensi alla Cina e all’India).

Alle problematiche connesse con la ricerca del miglioramento continuo in termini di efficacia e di efficienza si affiancano poi quelle di Corporate Governance generate dalla separazione tra la proprietà industriale ed il management che raggiungono la massima espressione nei modelli americani delle public companies e si diffondono un po’ in tutto il mondo determinando la necessità di predisporre dei meccanismi di monitoraggio all’interno delle aziende allo scopo di misurare con cadenza periodica il buon operato dei professionisti posti al comando delle imprese per condividere tali informazioni dapprima con gli azionisti e poi pian piano anche con tutti gli stakeholders aziendali nell’ottica della massima trasparenza (o quasi).

L’attività di controllo è chiaramente un processo molto complesso che richiede competenze multidisciplinari (contabilità, finanza, matematica, statistica, matematica finanziaria, logistica ecc.) e la capacità di saper individuare gli strumenti di misurazione più adatti al tipo di dati da esaminare, agli obiettivi prefissati ed alle caratteristiche dell’azienda e del suo settore di appartenenza.

Meccanismi comuni sono i budget periodici con cadenza mensile, trimestrale (quarter), semestrale, annuale ed i report. Questi ultimi possono essere di 4 tipi: riferiti al passato (consuntivi), agli obiettivi, ai dati correnti (anche detti pre-consuntivi) ed ai valori futuri. Sovente però i prospetti racchiudono al proprio interno varie combinazioni dei 4 modelli appena elencati al fine di pervenire a dei risultati sicuramente più complessi ma anche esaustivi.

Il metodo più diffuso e forse più efficace nella costruzione dei report è quello detto di “analisi per varianti” che partendo da dati previsionali contenuti nei budget e da quelli effettivi (grezzi) estratti dagli ERP aziendali (es. SAP o JDEdwards) attraverso opportune classificazioni perviene alla misurazione degli scostamenti legati alle variazioni di prezzo, alla maggiore o minore efficacia della gestione delle vendite, ad aumenti di volume generati dalle variazioni del mercato, alla riduzione dei costi ecc.

Tale metodo è comunemente applicato alla misurazione della gestione operativa tipica all’interno della quale si può e deve ragionare per aggregati, mentre poco si presta all’analisi di quelle monetaria, patrimoniale e finanziaria, eccezion fatta per la gestione delle attività e passività correnti e per quella dei soli flussi monetari direttamente collegati con la gestione operativa.

Attraverso le varianti di prezzo, efficienza, volume e rigidità si calcolano quindi gli scostamenti tra i dati di budget e quelli effettivi raggruppati per singole classi (Ricavi, Costi Variabili, Costi Fissi, Costi Totali e Risultato Operativo) ottenendo così degli indicatori importanti su cosa è accaduto e sulle cause che hanno determinato il successo o l’insuccesso delle performance manageriali.

Spesso il mancato conseguimento degli obiettivi programmati è indice di una scarsa capacità del management di tradurre tali traguardi in azioni concrete e soprattutto efficaci, ma in alcuni casi l’incapacità risiede a monte, ossia nell’inettitudine degli stessi a fissare obiettivi “realistici” e soprattutto consoni alle caratteristiche dell’azienda e del contesto economico, sociale, politico e culturale in cui opera.

Il pregio dell’analisi per varianti è che essa mostra tutti gli scostamenti del valore della produzione generati da fattori diversi in modo da evidenziarne anche le singole compensazioni nel caso in cui siano di segno opposto o l’effetto aggiunto in caso di segno uguale.

In  questo modo è facile capire se il risultato positivo della gestione è frutto dell’azione di fattori esterni all’azienda o nasce dall’efficacia delle azioni poste in essere dal management. Specularmente esso mostra in modo chiaro perché si sia generato un risultato negativo e se tale fenomeno debba ricollegarsi all’inadeguatezza delle scelte decisionali o a fattori estrinseci.

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SAP ERP Financials: General Ledger

agosto 19th, 2009

financial_accountingSAP ERP Financials è un programma gestionale (Enterprise Resource Planning) creato e progettato per fornire alle imprese un efficace sistema informativo di gestione finanziaria in grado di interconnettere ed integrare i principali processi e cicli aziendali (con la condivisione dei dati e delle informazioni).

I tre pilastri fondamentali del software sono il Financial Accounting, il Treasury e il Controlling. Tali macro-aree sono declinabili a loro volta in vari sotto menu quali i General Ledger, Receivables and Payables, Taxation, Bank Accounting, Capitalization of Investments, Travel Management, Payroll Accounting,  Consolidation (General Ledger Accounting), Overhead Cost Controlling, Project Accounting, Product Costing, Profitability Analysis (Controlling), Financial Planning, Collection, Cash and Liquidity Management (Treasury).

Il General Ledger (GL) costituisce l’ossatura di qualsiasi sistema contabile. Esso registra l’impatto finanziario di tutte le transazioni d’affari dell’impresa, fornisce le informazioni necessarie per la predisposizione dei financial statement e contribuisce in modo significativo a “tenere traccia e preservare” le informazioni di cui si ha bisogno per le attività di audit interne o esterne. Le informazioni ricavate dal GL consentono di elaborare i vari report destinati al management o a fini previsti dalla legge. L’integrazione di tutte le aree operational fa sì che i dati inseriti nei subledger dagli utenti (Accounts Payable, Accounts Receivables, Bank Accounts, Financial Assets, Human Resources, Fixed Assets, Materials) confluiscano automaticamente e in tempo reale nei conti di riconciliazione del GL determinando il tal modo un controllo contestuale automatizzato.

L’estrema duttilità che caratterizza il nuovo ERP si manifesta sotto molteplici aspetti, tra i quali, la presenza di alcune funzionalità che consentono la tenuta di contabilità parallele per l’adozione di principi contabili differenti, oppure, per l’imputazione automatica a centri di profitto (Profit Center Accounting PCA), reporting per segmenti o aree, contabilità per costi di vendita. Altra importante funzione è quella che permette lo splitting dei documenti finanziari sulla base dei criteri di imputazione desiderati e una molteplicità di report standard da poter selezionare all’interno del programma stesso (customizzabili), un Engine Accrual che permette di automatizzare le imputazioni dei valori di competenza dell’esercizio e lo strumento del Closing Cockpit per l’automatismo delle operazioni di chiusura contabile e la possibilità di avere un quadro globale dello stato di tutte le attività di chiusura nelle diverse aree della società.

In sede d’implementazione si parte innanzitutto con la scelta del “come” rappresentare la struttura societaria al fine di adattare il sistema informativo alla morfologia del gruppo, composto spesso da diverse compagnie e unità operative. Le decisioni in questa fase non vanno prese sottogamba, in quanto, la correttezza o meno della configurazione prescelta impatterà considerevolmente sul rendimento e l’efficacia dell’ERP in futuro. SAP ERP Financials include, in ogni caso, un’ampia gamma di possibilità di scelta tra le diverse unità organizzative in modo tale da “mappare” la struttura della corporate nel miglior modo possibile a livello di financial accounting, company code, company, business area, centri di profitto, aree funzionali e segmenti.

L’unità organizzativa più importante è rappresentata dal company code. Le transazioni finanziarie rilevanti ai fini del financial accounting sono inserite, registrate e valutate sempre a livello di company code. La “rule of thumb” (regola del pollice tradotto letteralmente, ossia la regola generica di buonsenso) stabilisce che in  genere per ogni entity (compagnia) in capo alla quale si vogliono produrre financial statements per  il reporting a fini fiscali e di compliance normativa (ad es. balance sheet e income statement) occorre creare un company code separato. La configurazione del company code è necessaria anche se la società si compone di una sola compagnia. E’ possibilie, inoltre, utilizzare la funzione “unit organizational company” per raggruppare più company code insieme in modo da creare la premessa per il consolidato del gruppo selezionato.

Dopo aver configurato le unità organizzative che rappresentano la struttura della corporate, seguono altri step fondamentali da seguire per consentire al sistema informativo di poter funzionare correttamente.  Occorre dapprima settare il fiscal year (l’anno fiscale) che può coincidere o meno con quello solare, oppure, avere inizio e fine in mesi diversi (pur essendo composto da 12 mesi). E’ possibile anche configurare un diverso numero di mesi componenti l’anno. Tali scelte vincoleranno il sistema sull’attribuzione dei conti di bilancio ai differenti periodi di competenza sulla base delle date di posting.

Si passa quindi all’impostazione del leading ledger, vale a dire, del general ledger principale (almeno un general ledger deve essere necessariamente configurato). Se necessario, si possono configurare general ledgers paralleli (detti non-leading ledger) con caratteristiche differenti in termini di principi contabili (IAS vs. US GAAP), valute o anni fiscali.

Impostata la currency per ogni general ledger (con cambi aggiornabili anche automaticamente) si selezionano le chart of account tra i molteplici template forniti dal programma e si impostano i document splitting per la produzione dei balance financial statement (bilanci) a livelli più bassi della conpany code nella gerarchia organizzativa preconfigurata.

Alcune funzionalità interessanti sono poi quella del negative posting che consente di correggere errori senza aumentare il numero delle transazioni di debito e credito (mediante il posting dei valori di rettifica direttamente all’interno degli stessi conti originari) e il recurring entries che permette di schedulare registrazioni ricorrenti sempre uguali e con scadenze determinate.

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PwC Audit Approach

febbraio 5th, 2010

professional1L’attività di auditing consiste nello svolgimento di una complessa procedura di analisi e revisione a livello di overall financial statement ed a quello di financial statement assertions per classi di transazioni, account balances e disclosures, che ha per scopo la riduzione ad una soglia ragionevolmente accettabile del rischio che i documenti finanziari possano presentare dei dati non corretti (a seguito di errori materiali e/o frodi) i quali potrebbero fuorviare il giudizio di tutti quegli stakeholder aziendali che fanno affidamento su di essi per compiere delle scelte in campo economico e finanziario.

Come già accennato in altri articoli, la diffusione del modello di corporate governance fondato sulla separazione tra la proprietà e la gestione dell’impresa ha richiesto nel corso degli ultimi decenni una crescita imponente dell’attenzione rivolta dal mercato e dagli organi di vigilanza alle problematiche concernenti la trasparenza, l’affidabilità e la chiarezza dei prospetti e dei dati finanziari presentati dalle aziende (soprattutto da quelle quotate).

Gli scandali finanziari che si sono susseguiti in questi anni hanno agevolato l’emanazione di regolamenti in ambito internazionale volti a promuovere una maggiore etica nel mondo degli affari ed un rispetto più ampio per gli investitori. La prima svolta importante è avvenuta negli USA con l’introduzione del Sarbanes-Oxley Act, anche noto come Public Company Accounting Reform and Investor Protection Act e comunemente chiamato Sarbanes-Oxley, Sarbox o SOX. Trattasi di una legge federale degli Stati Uniti emanata in risposta ad un preoccupante fenomeno di scandali finanziari e di fallimenti che agli inizi del 2000 hanno visto coinvolte società di grande prestigio e di grandi dimensioni come Enron, Tyco International, Adelphia, Peregrine Systems e WorldCom. Questi scandali sono costati agli investitori diversi miliardi di dollari, perché hanno generato il crollo dei titoli azionari delle società interessate senza che il risparmiatore fosse stato adeguatamente informato dalle società di rating, dagli organi di vigilanza e dalle società di revisione (spesso colluse). Lo scandalo della Enron, ad esempio, ha determinato la scomparsa di una società di auditing di fama internazionale come la Arthur Andersen. Si trattava, in origine, di due diversi disegni di legge proposti dai senatori Michael G. Oxley (repubblicano, eletto nell’Ohio) e Paul Sarbanes (democratico eletto nel Maryland): i due disegni furono unificati da una commissione bicamerale nell’atto finale approvato il 24 luglio 2002 con grandissima maggioranza in entrambe le camere, e firmato dal presidente George W. Bush il 30 luglio.

La legge mira ad intervenire per chiudere alcuni “buchi” nella legislazione, al fine di migliorare la corporate governance e garantire la trasparenza delle scritture contabili e dei prospetti finanziari, agendo tuttavia anche dal lato penale, con l’incremento della pena nei casi di falso in bilancio e simili (in Italia in quegli anni il falso in bilancio veniva di fatto depenalizzato). Viene inoltre aumentata la responsabilità degli auditor all’atto della revisione contabile.

La SOX istituisce anche una nuova agenzia semi-pubblica il Public Company Accounting Oversight Board, o PCAOB, che ha il compito di vigilare, regolare, ispezionare e disciplinare le società di revisione nella loro attività di auditor di public companies (ossia di società per azioni quotate). Esso si occupa anche di problematiche relative all’indipendenza, alla corporate governance, all’accertamento del controllo interno ed al miglioramento delle financial disclosure.

La maggiore attenzione rivolta alla trasparenza ed alla chiarezza ed affidabilità dei prospetti finanziari, unite al processo di globalizzazione economico-finanziaria, hanno obbligato le società di revisione ad adeguare la propria attività e le proprie metodologie in conformità (compliance) con i principi etici, gli standard, le leggi ed i regolamenti professionali riconosciuti a livello internazionale nel campo dell’audit (ISAs International Standards on Auditing emanati dallo IAASB International Auditing and Assurance Standards Board).

Il fulcro dell’attività di audit secondo la metodologia PricewaterhouseCoopers è costituito dal cosiddetto audit comfort cycle al quale si accompagnano le procedure analitiche ed i test di dettaglio. Si tratta di un’attività ciclica e dinamica che consente in estrema sintesi di pervenire ad un grado di conoscenza dell’azienda e dei suoi business process (corroborato dall’acquisizione delle evidenze e delle prove sostanziali necessarie) sufficientemente approfondito per ritenere di poter ragionevolmente (e in conformità con gli ISAs o gli US GAAP) affermare che i dati finanziari presentati dalla società cliente sono attendibili ed esenti da errori materiali che ne potrebbero modificare i valori al punto da dar vita ad una rappresentazione economica, contabile e finanziaria dell’azienda non corrispondente al vero e pertanto fuorviante.


Si noti che l’obiettivo del revisore non è quello di verificare che tutti i valori indicati in bilancio siano corretti al centesimo, bensì di garantire che tali dati esprimano in modo attendibile e rappresentativo il risultato economico/finanziario conseguito dall’impresa al termine del periodo di riferimento e che pertanto tali dati possano essere utilizzati come base affidabile per prendere decisioni che vedono coinvolta la società stessa (si tratti di decisioni di investimento, di finanziamento, piuttosto che misurazioni della performance aziendale o del management, oppure ancora computi di carattere fiscale e tributario ecc.).

L’audit comfort cycle deriva il suo nome dal fatto che si tratta di un’attività che si ripete ciclicamente (difatti nel corso del suo svolgimento si ritorna spesso sulle fasi precedenti le quali continuano ad aggiornarsi anche grazie alle informazioni acquisite negli step successivi mediante un processo adattivo che si realizza come un work in progress) e che si pone l’obiettivo iniziale di comprendere, valutare e validare il livello di comfort che è possibile ottenere dal sistema di controlli interno istituito dall’impresa (laddove tale sistema esista). In relazione alla maggiore o minore affidabilità attribuita al sistema di controlli interno si decide se sia opportuno propendere per un’attività di audit basata principalmente sulle procedure analitiche (poco onerose e poco affidabili), oppure sui test di dettaglio (i quali garantiscono un risultato molto più attendibile, ma richiedono un enorme dispendio di risorse e di tempo). Durante gli incontri iniziali (gli initial meetings) tra l’engagement team e il management della società soggetta a revisione, si definisce lo scope dell’analisi, ossia, si delimita il campo d’azione dell’audit in modo da concentrare lo sforzo e le risorse sulle sole aree di effettivo interesse. In questo stadio hanno luogo le cosiddette preliminary analytical procedures (obbligatorie in base agli ISAs). La definizione dello scope è legata al tipo di azienda, al settore di appartenenza, agli obiettivi di audit, alla storia pregressa, al professional judgement e a numerosi altri fattori. In questa fase si realizzano delle indagini conoscitive che partono dalla comprensione della natura dell’entity, del business aziendale e del settore di appartenenza. Si analizzano quindi gli obiettivi e le strategie aziendali ed i rispettivi rischi di business, le metodologie contabili adottate, le misurazioni e le review delle performance finanziarie ecc. allo scopo di pervenire ad una rappresentazione chiara della configurazione dell’impresa e delle sue caratteristiche basilari. Le informazioni relative ai rischi di business risultano di particolare rilevanza soprattutto laddove si riscontrino delle connessioni con quelli di audit. Tali informazioni vengono sintetizzate in un documento chiamato BAF (Business Analysis Framework), contenente notizie legate alla overview del mercato, la strategia, le attività che creano valore aggiunto e le performance finanziarie. Le prime attività di inquiry servono a verificare che all’interno dell’azienda sia stato istituito un sistema di controlli interno ed in caso affermativo se tale framework sia più o meno allineato alle esigenze di audit. Difatti, sovente capita che la società si sia dotata di un sistema di controlli interno efficiente ed efficace, ma in tutto o in parte inadeguato a coprire i rischi di audit. Ciò si verifica quando il management si è posto nella fase di pianificazione ed allestimento del sistema stesso degli obiettivi differenti rispetto a quelli di audit.

coso-originalbigLo studio del sistema di controllo interno non può prescindere dall’analisi dei suoi 5 componenti principali che costituiscono il cosiddetto Internal Control-Integrated Framework by COSO : Il Control Environment; L’Information and Communication; Il Risk Assessment; Le Control Activities; Il Monitoring of Controls. Con il control environment ci si riferisce alle caratteristiche dell’ambiente di controllo dell’azienda nel suo complesso (adozione, diffusione e condivisione di principi etici, cultura della legalità ecc.); l’information and communication ha ad oggetto l’analisi del sistema informativo aziendale (si veda l’ITGC Information Technology General Controls); col termine risk assessment ci si riferisce alle modalità, ai presupposti ed agli obiettivi che il management ha considerato nell’accertamento dei rischi interni (in special modo di quelli chiave); le control activities sono invece le attività di controllo poste in essere dal management, ivi comprese le procedure e le policy (se opportunamente formalizzate); infine, l’analisi completa del sistema di controllo interno non può astenersi dall’esaminare il monitoring, ossia l’attività di monitoraggio dei controlli stessi (controllo dei controlli).

L’audit comfort cycle si compone di 4 fasi:

scoping, understanding, evaluating e validating

La definizione dello scope serve a delimitare l’attività di audit alle sole aree di interesse (nell’ottica della massima efficienza ed efficacia). L’understanding mira alla comprensione della struttura organizzativa del sistema di controllo interno (framework), degli obiettivi, delle procedure, dei rischi chiave e delle responsabilità previste e formalizzate.

L’evaluating invece costituisce lo step successivo di valutazione della efficacia dei controlli interni posti in essere dal management e consente di esprimere un giudizio finale in merito al livello di comfort che si ricava nello svolgimento dell’attività di audit. Dopodichè, si procede con le attività di validazione dei controlli individuati, in modo da raccogliere delle evidenze che attestino la validità e la veridicità di quanto appreso nella fase cognitiva.

Maggiore è il comfort ottenuto dall’analisi dei controlli interni e minore sarà il dettaglio delle attività successive di revisione, ossia, si potranno svolgere un maggior numero di procedure analitiche ed un minor numero di test di dettaglio (sicuramente più onerosi).

I rischi chiave e quelli ritenuti in qualche modo significativi vengono riportati in una matrice detta ACM (Audit Comfort Matrix). All’interno del documento excel vengono riportate per ciascun ciclo aziendale inserito nello scope (revenue and receivables, purchase and payables, Inventory, Treasury ecc.) in ordine di colonna gli obiettivi del controllo analizzato, la descrizione del controllo esistente/le eventuali deficiency riscontrate, la tipologia di controllo (manuale o automatico), la frequenza, gli obiettivi del processo informativo meglio noti con l’acronimo CAVR (completeness, accuracy, validity e restricted access), l’impatto che i rischi individuati secondo questi obiettivi possono determinare a livello di financial statement assertions ed infine i test realizzati per validare i controlli interni ed i rispettivi risultati. L’attività viene condotta percorrendo gli step appena elencati per ciascun tipo di controllo esaminato (in ordine di riga) e per ogni attività che costituisce il processo o ciclo aziendale considerato (in ordine di sheet).

L’attività di test non può mai prescindere dallo svolgimento dell’inquiry (indagine), però quest’ultima non può mai rimanere isolata, ossia, deve essere sempre accompagnata da almeno una delle attività di test successive che sono l’observation, l’inspection ed il re-performing (in ordine di maggiore affidabilità). Maggiore è il livello di comfort che vogliamo ottenere dal test, maggiore è l’importanza del rischio del quale stiamo verificando la copertura da parte del controllo interno e molto più probabilmente una semplice attività di inquiry ed observation non saranno sufficienti, ma sarà necessario ricorrere all’inspection ed al re-performing.

Dall’evaluating e dal validating si perviene al giudizio relativo al livello di comfort che si può ottenere dal sistema di controlli interni. Ricordiamo che il rischio di audit (audit risk) si compone dell’inherent risk (rischio inerente o intrinseco) tipico del settore di appartenenza dell’impresa e della natura dell’attività svolta; segue poi il control risk, ossia il rischio legato al cattivo funzionamento o all’inadeguatezza ed inefficacia dei controlli interni ed infine dal detection risk, vale a dire, il rischio che l’auditor non riesca ad individuare la presenza di material mistatements, ossia di errori materiali che condizioneranno i valori di bilancio in modo significativo.

Al fine di evitare uno spreco di risorse ed un disagio eccessivo per la società cliente, l’attività di audit tende a focalizzarsi soprattutto sulla identificazione dei rischi chiave di audit, su quei rischi che se trascurati possono generare errori materiali o frodi. In questo modo si riesce a garantire ai fruitori dei prospetti finanziari un’assurance accettabile perché anche nel caso in cui fossero sfuggiti alle maglie del detection risk degli errori legati a rischi non materiali, l’impatto sui valori finali non sarebbe tale da influire in modo significativo sul giudizio e sull’indicazione fornita dai financial statements.

Un Key risk è quel rischio per il quale si riscontrano le seguenti 3 caratteristiche: elevato inherent risk, ampia magnitudo dell’impatto che può generare sui valori di bilancio (soprattutto se produce errori a catena) ed elevata probabilità che si verifichi.

Nella rilevazione dei rischi tuttavia non bisogna trascurare completamente i rischi non materiali, in quanto, può capitare che tali rischi possano, cumulativamente, superare abbondantemente le soglie di materialità.

Il livello di materialità dei rischi e dei valori di bilancio da esaminare viene fissato già nella fase di definizione dello scope dell’audit attraverso il calcolo della overall materiality e della planning materiality. La prima si riferisce al bilancio inteso nel suo complesso e viene determinata mediante il ricorso a dati provenienti dai benchmark di riferimento, alla cosiddetta rule of thumb, ossia una regola generica valida un po’ per tutte le aziende che appartengono ad una stessa categoria (ad es. il 5% del PBT o lo 0,5% delle revenues per le aziende profit ecc.). Prioritario in queste circostanze è chiaramente il professional judgement ed il buonsenso. La overall materiality consente di calcolare la planning materiality che in genere oscilla tra il 50% ed il 75% della overall. Questo nuovo livello di materialità non può mai superare la overall e viene applicata per individuare delle aree di bilancio che possono essere ritenute a rischio di audit perché soggette ad un rischio chiave in quanto potenzialmente generatore di errori materiali.

Maggiore è il grado di comfort ottenuto dall’analisi del sistema di controllo interno e più alta sarà la percentuale applicata per il calcolo della planning materiality (ossia più larghe saranno le maglie della rete utilizzata per setacciare il bilancio alla ricerca del material mistatement). Viceversa nel caso contrario.

Terminato l’audit comfort cycle e compilate le audit comfort matrix (una per ogni ciclo analizzato), si decide se proseguire l’audit ricorrendo ad un mix di substantive analytical procedures e tests of detail con ago della bilancia più spostato verso le prime o verso i secondi.

Maggiore è il grado di comfort ottenuto dallo studio degli internal controls e maggiore sarà l’impiego delle substantive analytical procedures in luogo degli onerosi tests of detail che ricordiamo sono obbligatori per le verifiche che fanno capo ad attività e controlli legati a rischi chiave.

Le substantive analytical procedures non hanno il carattere della obbligatorietà secondo quanto prescritto dagli ISAs e si realizzano sempre in 5 step (così come le preliminary e le final): creazione di un’aspettativa indipendente, fissazione del livello di treshold e delle differences significative, misurazione del fenomeno, confronto con i livelli di verifica e conclusioni. Esempi di procedure analitiche sono: trend analysis, ratio analysis, analisi di ragionevolezza, analisi di inferenza, scanning analytics ecc.

I substantive tests of detail invece sono generalmente suddivisi in tre categorie: targeted tests, accept and reject tests e sample tests.

I primi sono quelli più consigliati e si focalizzano su una parte della popolazione da esaminare selezionata in base ad un valore o una caratteristica che accomuna gli item che la compongono (omogeneità). Un esempio potrebbe essere una classificazione del tipo ABC. Gli accept and reject test sono maggiormente indicati quando bisogna verificare la presenza di una determinata caratteristica all’interno di una popolazione da esaminare, ossia, quando l’oggetto del test non è un valore finanziario. I sample test si basano invece sul metodo dell’estrazione campionaria statistica e non.

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Gruppo Tirocinanti Lazio 2010

gennaio 29th, 2010

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Reminiscenze statistiche…

febbraio 25th, 2010

Perché la somma delle percentuali snocciolate dai sondaggisti di turno assoldati dalle trasmissioni televisive e dalla politica non è mai uguale a 100???

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L’unità d’Italia…

febbraio 25th, 2010

L’unità d’Italia è nata con un debito pubblico pregresso (3 miliardi di lire oro) generato dall’accorpamento dei debiti dei singoli stati precedenti… tra questi quello dei Savoia era enormemente più alto rispetto a quello degli altri e in particolare dei Borboni… Il carico fiscale conseguente fu spalmato su tutti i nuovi sudditi… quindi il centro-sud fu costretto ad accollarsi iniquamente una fetta consistente del debito accumulato dai piemontesi…

Pare che prima dell’unificazione il carico fiscale pro capite nel Regno delle Due Sicilie fosse pari a 30 lire, mentre quello dei piemontesi fosse di circa 97 lire…

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Fiscalità immobili professionali, è il tempo a scandire la rilevanza

marzo 3rd, 2010

Occhio al periodo compreso tra 1° gennaio 2007 e 31 dicembre 2009 e ai “paletti” per alcune deduzioni

Plusvalenza tassabile, minusvalenza deducibile, tutto dipende dalla data d’acquisto dell’immobile strumentale. Entrambe le “voci” assumono rilevanza ai fini della formazione del reddito del professionista soltanto se l’operazione di compravendita si riferisce a fabbricati acquistati a partire dal 1° gennaio 2007. Discorso a parte sul trattamento da riservare ai canoni di leasing sostenuti per l’immobile utilizzato nell’esercizio dell’attività professionale: questi risultano deducibili (e, per i periodi di imposta 2007, 2008 e 2009, solo nella misura di un terzo) unicamente nel caso in cui il contratto di locazione finanziaria sia stato stipulato tra il 1° gennaio 2007 e il 31 dicembre 2009.

Questo è scritto nella norma (articolo 1, comma 334, legge 296/2006) che, intervenendo sull’articolo 54 del Tuir, ha modificato il regime fiscale degli immobili strumentali dei professionisti.

È quanto precisa l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 13/E del 2 marzo.

Lo spunto nasce dal quesito posto da una commercialista che intende cedere, a una società di leasing, l’immobile strumentale acquistato come “persona fisica”, per poi rientrarne in possesso attraverso un contratto di locazione finanziaria stipulato in qualità di soggetto Iva. Finalità dell’operazione, beneficiare, perché ora realmente “identificata” come professionista, delle regole favorevoli introdotte dalla Finanziaria 2007.

Il documento di prassi evidenzia come, per i professionisti (e gli artisti), nessuna importanza derivi dalla veste con cui si procede all’acquisto (persona fisica o titolare di partita Iva): a fare la differenza è la destinazione dell’immobile, che deve essere utilizzato esclusivamente per svolgere l’attività (professionale o artistica). Al contrario di quanto avviene per gli imprenditori, “obbligati” a far confluire il bene nell’inventario per poterlo considerare relativo all’impresa.

Perché, poi, plusvalenze e minusvalenze, relative ai passaggi descritti dalla contribuente, assumano valore fiscalmente rilevante è necessario fare attenzione ai “tempi”.

In particolare, concorrono alla formazione del reddito imponibile del professionista (o dell’artista) le plusvalenze e le minusvalenze derivanti dalla vendita degli immobili strumentali acquistati a decorrere dal 1° gennaio 2007 (la precisazione è stata fornita anche in risposta a un’interrogazione parlamentare del 21 febbraio 2007); pertanto, la cessione dei fabbricati acquistati prima di tale data non genera alcun plus o minusvalore significativo per il fisco.

Più articolato il trattamento dei canoni di leasing sostenuti per godere del bene in questione. Ai sensi dell’articolo 54, comma 2, del Tuir, e del comma 335 della Finanziaria 2007, sono deducibili le quote di ammortamento e i canoni di locazione finanziaria degli immobili strumentali dei professionisti, ridotti a un terzo per gli anni 2007, 2008 e 2009. Assumono, però, rilevanza soltanto i contratti stipulati tra il 1° gennaio 2007 e il 31 dicembre 2009. Per quelli sottoscritti successivamente, invece, la norma non ripropone alcuna possibilità di deduzione.

Va, comunque, ricordato che, ai fini della deducibilità dei canoni relativi a beni strumentali, la durata del contratto di leasing deve essere almeno pari alla metà del periodo di ammortamento, con un minimo di otto e un massimo di quindici anni per gli immobili.

Il consiglio che arriva alla commercialista è dunque quello di controllare, calendario alla mano, le date delle transazioni e comportarsi di conseguenza.

Paola Pullella Lucano

pubblicato il 03/03/2010
FiscoOggi

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Spare time…

marzo 6th, 2010

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La Fame Di Camilla

marzo 3rd, 2010

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I risultati 2009 e le strategie dell’Agenzia (FiscoOggi)

marzo 3rd, 2010

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